L'Ultima Stanza
Galleggiavo nella stanza vuota. La casa intera non conteneva niente e nessuno. Ero lì a mezz'aria, solo con i miei pensieri che fluttuavano con me, lo sguardo perso chissà dove.
Niente pareti a delimitare il mondo, o forse erano così bianche e silenziose da confondersi con l'assenza. Nessun eco a rimandare la voce, perché la voce non serviva: ogni pensiero aveva il peso specifico di un corpo, fluttuava lento, disegnando orbite invisibili attorno al baricentro. In quel vuoto, la solitudine non faceva freddo; era una stanza d'aria immobile, una bolla di quiete densa dove il passato e il futuro avevano smesso di esercitare la loro forza di gravità. C'era solo quel galleggiare leggero, e la strana sensazione che, togliendo tutto il resto, non mancasse assolutamente nulla.
Tutto intorno, il passato e il futuro. Immagini familiari e altre sconosciute, eventi dimenticati oppure non ancora vissuti.
Il perimetro di quella stanza invisibile ha iniziato a popolarsi, animato da una geometria segreta. Frammenti di memoria e sagome a venire fluttuavano insieme, sospesi nella stessa luce opaca. Volti noti — un sorriso intravisto in un tempo lontano, una mano posata su un tavolo consunto — si mescolavano a sagome mai viste, a luoghi mai calpestati ma stranamente familiari, come déjà-vu proiettati in avanti anziché all'indietro. Il passato e il futuro avevano rotto gli argini, perdendo ogni cronologia. Erano lì, tutti a portata di mano, ridotti a pulviscolo luminoso che danzava lentamente nell'aria immobile.
Il passato porta con sé i rimpianti, ma anche le soddisfazioni. Ma il vero attrito è altrove, sospeso appena più avanti.
Il futuro, invece, è una curiosità mischiata alla tristezza, nella consapevolezza dell'inesorabile avanzare degli anni. Resta il peso di un orizzonte che si accorcia e di un tempo che chiede il conto, ma anche il privilegio di poter guardare tutto dall'alto, senza l'urgenza di dover rincorrere più nulla.
Fra queste visioni emerge un volto che piano piano prende forma. È mio padre, lì seduto su una sedia accanto al tavolo, come gli era abitudine fare. Seduto in quella sua posizione educata, pacato, silenzioso, riflessivo, mai sopra le righe. Mi guarda, non parla, ma accenna un sorriso. Sono pervaso da un'immensa pace e, tutto a un tratto, arriva la consapevolezza:
sono con lui.