La Crepa
Ero solo nella stanza in penombra e, seduto su una sedia di legno scricchiolante, fissavo il pavimento di marmo. Cercavo nelle venature naturali di individuare qualche forma familiare. Un oggetto, un volto, una figura... qualcosa che mi potesse distrarre dai miei pensieri, in parte positivi ma non del tutto.
Staccando gli occhi dalla pietra, a mezz'aria vidi passare una forbice. Sospesa, avanzava senza fretta tagliando il silenzio, lasciando dietro di sé una sottile linea d'aria invisibile, un solco in cui la luce della finestra appariva leggermente rifratta.
Apparve poi una libellula. Le sue ali di filigrana vibravano senza suono, riflettendo toni d'acciaio e di cobalto. Seguiva la stessa traiettoria rettilinea, fluttuando ad altezza degli occhi.
E poi la mano.
Priva di braccio o corpo, avanzava con un movimento lento. Le dita sfogliavano l'aria con regolarità. Solida e opaca nella sua presenza, avanzava radente alle lastre di marmo, diretta verso l'angolo buio dell'armadio.
La forbice si fermò per prima. Le sue lame si aprirono con uno scatto secco. La libellula vi passò attraverso: le ali attraversarono il metallo come nebbia, dividendo per un secondo il volo in due scie di luce che subito si ricomposero.
La mano distese l'indice e toccò l'anello della forbice. Nessun rumore metallico: la forbice si dissolse in una manciata di minuta polvere di ruggine e stelle, sferica, che rimase a ruotare su se stessa nell'aria.
Poi la mano si voltò.
Il palmo era aperto, solcato da linee profonde. La libellula vi si posò sopra, trasformandosi in un pennello sottile bagnato d'ombra densa. La mano lo afferrò tra l'indice e il pollice e tracciò una fessura verticale nel vuoto.
Da quel taglio non entrò nulla — né luce, né aria, né suono. Oltre la fessura non c'era il muro, né la strada di fuori, ma un'assenza assoluta di materia: un colore senza nome, compatto e privo di profondità, verso cui la polvere di ruggine e stelle iniziò a migrare lentamente, attratta dal vuoto come limatura di ferro.
La mano si ritrasse all'interno del taglio, lasciando il varco aperto.
I pensieri nel petto parvero alleggerirsi, spogliati di ogni gravità superflua. Rimasi seduto sulla sedia scricchiolante, lo sguardo diviso tra il marmo ai miei piedi e la crepa sospesa a mezz'aria.
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