La scatola arrivò il martedì mattina. Era di un cartone denso, levigato al punto da sembrare seta al tatto, d’un nero così profondo che pareva inghiottire la luce del laboratorio. Sulla chiusura, un nastro di raso grigio ferro era annodato con una precisione maniacale, senza una sola piega fuori posto.
Sulla scrivania di Marco non stonava; anzi, rendeva tutto il resto della stanza leggermente più vecchio e sciatto.
Stefano si avvicinò con la tazza di caffè in mano. Aveva le dita segnate dalla polvere di gesso e una macchia d'impregnante sul pollice, traccia del basamento in cemento che aveva finito di carteggiare un'ora prima. Guardò l'oggetto da ogni angolazione, senza toccarlo.
«Bellissima» disse Stefano. «Davvero notevole. E dentro cosa c’è?»
Marco sorrise, sistemandosi la piega della giacca con un gesto lento, quasi teatrale. «Dentro? Che importa cosa c’è dentro? Guarda come sta bene qui sopra.»
Stefano rimase a fissare il nastro. Voleva chiedere se per il trasporto servisse una cassa imbottita, o se fosse pesante abbastanza da richiedere due persone, ma Marco era già al telefono, la voce modulata sul tono morbido e sicuro di chi sta introducendo un evento imperdibile.
Alle sei del pomeriggio la galleria era gremita. La luce dei fari era stata calibrata al millimetro: un cono freddo che cadeva dritto sul basamento di cemento, lasciando il resto della sala in una penombra elegante.
La gente ruotava attorno alla scatola come in una processione laica. C’era chi inclinava la testa a quarantacinque gradi, chi fotografava il nastro di raso con lo smartphone cercando l'inquadratura perfetta per la storia della sera, chi annuiva con aria grave di fronte alla superficie opaca.
«Noti la tensione geometrica?» mormorò una donna con gli occhiali dalla montatura spessa, sorseggiando spumante. «Il contrasto tra la brutalità del cemento e la seta del nastro è un’accusa aperta alla nostra epoca.»
«Assolutamente» rispose l'uomo accanto a lei. «Un rigore quasi ascetico. La forma purificata da ogni orpello.»
Nessuno sfiorava la scatola. Nessuno provava ad allungare una mano verso la seta grigia. L’eleganza dell'involucro incuteva una reverenza che pareva sacra, e porre domande sul contenuto sarebbe stato un errore di stile, una volgarità da profani che avrebbe tradito la mancanza di sensibilità artistica.
Marco si muoveva tra i gruppi con naturalezza, dispensando strette di mano leggere e risposte mai troppo definite. Si limitava ad accarezzare lo spazio attorno all'opera con i gesti delle mani, lasciando che fossero gli altri a riempire quel silenzio con i loro complimenti.
Verso le undici la sala cominciò a svuotarsi. Il brusio si spense nei saluti sulla soglia, accompagnato dal rumore dei tacchi a spillo sul marciapiede e dalle portiere dei taxi che si chiudevano sulla strada.
La galleria rimase in silenzio. Restavano solo i bicchieri sporchi abbandonati sui davanzali, l'odore di vino stantio e il cono di luce che illuminava ancora il parallelepipedo nero.
Stefano uscì dal retrobottega con il carrello metallico e la scatola degli attrezzi. Si fermò a un metro dal basamento, mentre Marco finiva di annotare i contatti dei collezionisti sul tablet.
Stefano prese una bottiglia aperta sul bancone, versò il fondo in due bicchieri di plastica e ne porse uno a Marco.
«Allora,» disse Stefano, indicando la scatola con il mento. «Un successo. Tutti incantati.»
«Ti sorprende?» rispose Marco, prendendo il bicchiere senza bere. «Ha funzionato tutto alla perfezione. Il posizionamento, la luce, la narrazione. La gente non vuole la complessità, Stefano. Vuole la perfezione visiva. Vuole qualcosa da mostrare.»
Stefano posò il suo bicchiere sul cemento. Fece un passo avanti e aprì la cassetta degli attrezzi per prendere il nastro da imballaggio. Poi allungò una mano verso la scatola per sollevarla e adagiarla sul carrello.
Infilò le dita sotto la base di cartone e tirò leggermente verso l'alto.
La scatola salì senza alcuna resistenza, quasi fluttuando. Pesava come una piuma, o come una manciata d'aria. La leggerezza era tale che le dita di Stefano, tarate su un peso che si aspettavano reale, per un istante scivolarono sulla superficie levigata.
Stefano raddrizzò la schiena. Fissò Marco.
Marco non si mosse, né distolse lo sguardo dal tablet.
Stefano, senza fretta, infilò l'indice sotto il nodo di raso grigio. Il nastro scivolò via con un fruscio impercettibile, staccandosi dal cartone come una pelle morta. Sollevò il coperchio.
Dentro non c'era nessun supporto, nessun blocco di gommapiuma, nessun documento. Solo il fondo di cartone nero, pulito, levigato, assolutamente vuoto. Una bolla d'aria chiusa nel raso.
«È vuota» disse Stefano. La sua voce non era arrabbiata; era piatta, l'affermazione di un dato di fatto, come dire che fuori pioveva.
Marco ripose il tablet nella tasca interna della giacca. Si avvicinò al basamento, prese il coperchio dalle mani di Stefano e lo riposò delicatamente sopra la scatola. Poi riallineò i lembi del nastro grigio, annodandolo di nuovo con quella sua cura precisa, lasciando i due capi della seta perfettamente simmetrici.
«Non è vuota, Stefano» disse Marco, accarezzando la superficie nera prima di fare un passo indietro. «È venduta.»
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Mi fermo ad osservare ciò che mi circonda. Basta un secondo per accorgersene: in questo tempo di superfici perfette, un'ipnosi estetica ci incanta prima di rivelare il nulla. Quante meravigliose, bellissime scatole vuote!