Il Sole di Gomma
A occhio erano cinque metri in larghezza, cinque metri in lunghezza ed alta circa cinque metri, praticamente un cubo, e mi sono ritrovato lì, fra quelle pareti che sembravano di vetro ma non lasciavano vedere oltre, immerso in un silenzio assoluto dove nessun rumore riusciva a filtrare se non una luce soffusa, senza avere alcuna idea di dove potessi essere, rinchiuso insieme ai miei pensieri e a questa pallina gialla di non so quale materiale che rimbalzava in continuazione da una parete all'altra, pensando che in qualche modo potesse rompere una di quelle superfici che invece continuavano a resistere senza la minima scalfittura, continuando a muoversi con una precisione geometrica, quasi insolente, seguendo l'angolo d'incidenza uguale a quello di riflessione, instancabile, mentre ogni volta che toccava il vetro non lasciava un graffio né un fremito nella struttura, ma solo un riverbero giallo che macchiava per una frazione di secondo il bianco lattiginoso della luce.
Ho provato ad allungare una mano, a toccare quella parete liscia come il ghiaccio e fredda come il marmo, ma le mie dita non lasciavano alcuna impronta, ed ero lì ridotto all'essenziale, io e il perimetro esatto dei miei passi, cinque metri contati camminando avanti e indietro, con quel piccolo sole sintetico che continuava a sbattere contro le mie stesse domande in quel cubo perfetto dove non c'era eco e ogni suono emesso, un sospiro o una chiamata d'aiuto, moriva all'istante inghiottito da pareti che sembravano assorbire l'aria prima ancora che il rumore potesse formarsi, in un isolamento chirurgico in cui il tempo aveva smesso di scorrere regolarmente per misurarsi esclusivamente attraverso il moto perpetuo di quella sfera, il cui tic-tac ritmico scandiva un'ansia silenziosa lungo quel quadrato di vetro diventato il perimetro esatto della mia coscienza.
Mi sono chiesto a lungo da dove fosse uscita quella pallina dalla consistenza opaca e dalla luminescenza calda, quasi organica, residuo di un dubbio antico e di una questione irrisolta sepolta sotto anni di routine, perché ogni volta che impattava contro la trasparenza la superficie non restituiva il mio riflesso ma proiettava per un brevissimo istante volti dimenticati, dettagli di luoghi attraversati e bivi in cui avevo scelto una strada anziché un'altra, dimostrando che quel rimbalzo non era casuale e che ogni urto coincideva con un rimpianto o una domanda senza risposta sul perché fossi lì e su cosa mi fosse sfuggito, capendo che la sfera non cercava di rompere il vetro ma di costringermi a guardare ciò che mi ostinavo a non voler vedere.
A un certo punto ho smesso di muovermi, ho smesso di rincorrerla con gli occhi e di sperare che la forza d'urto potesse incrinare quella barriera, e mi sono seduto al centro esatto di quel pavimento invisibile lasciando cadere le braccia lungo i fianchi, chiudendo gli occhi per un istante e comprendendo in quel silenzio improvviso un paradosso fondamentale, ovvero che quelle pareti non erano state erette per tenermi prigioniero contro la mia volontà, ma erano il confine necessario che avevo creato dentro di me per proteggermi dal caos del mondo esterno e per costringermi a fare i conti con l'unica cosa che avevo cercato di evitare per una vita intera, me stesso.
Quando ho riaperto gli occhi la luce non era più fredda e lattiginosa ma aveva assunto la tonalità calda di un pomeriggio d'estate, e la pallina gialla aveva rallentato la sua corsa folle facendo un ultimo rimbalzo morbido e gentile, rotolando lentamente sul pavimento fino a fermarsi a pochi centimetri dai miei piedi, lasciando un silenzio che non faceva più paura perché sapevo che adesso, se solo lo avessi voluto, quel vetro avrei potuto attraversarlo.