Bakelite Nera


E mi sentivo cadere nel vuoto. In questo immenso vuoto nero, senz'aria, senza odori. Non avevo freddo, ma nemmeno caldo. Avevo la sensazione d'essere io stesso il vuoto. Poi, a un tratto, iniziarono a delinearsi nell'oscurità delle forme, forse delle figure umane.
Mi passavano davanti. "Ah, eccovi", dicevo dentro di me. Mi rivolgevo loro come se le conoscessi, ma in realtà erano presenze del tutto ignote. I loro tratti mi scivolavano addosso sfuggenti, indecifrabili come i dettagli di un sogno che si dissolve un istante prima del risveglio. Continuavo però ad avere questa sensazione: "Ma io li conosco!"
Cercavo un contatto con una di queste figure fluttuanti, ma le parole erano mute. La voce non riusciva a emettere alcun suono. Eppure gridavo. Il mio urlo mi lacerava la gola, ma l'abisso se lo inghiottiva senza lasciare traccia, senza la minima eco. Allungai un braccio in quel buio privo di coordinate, fino a sfiorare una di quelle ombre.
Non incontrai la tiepida consistenza della carne umana. La sua superficie era scabra, fredda, plasmata da una materia corrosa e siderale. A quel contatto, l'ombra si arrestò. E compresi che il mio grido muto non si era disperso: la sua vibrazione invisibile aveva appena generato una crepa profonda nel tessuto del vuoto. Da quella spaccatura scaturì una polvere luminescente che iniziò a vorticare nell'oscurità.
La polvere si espanse, tessendo un intreccio di radici luminose che si diramavano verso le altre figure. Improvvisamente eravamo tutti collegati da una rete di nervi pulsanti. Il nero assoluto si stava sgretolando, rivelando che il vuoto non era un baratro, ma lo stampo oscuro di una rivelazione imminente.
L'estasi del momento fu spezzata da uno squillo acuto, metallico e insistente. A un palmo dal mio viso, sospeso nel nulla, era comparso un vecchio telefono a disco in bakelite nera. Il silenzio compatto di quella dimensione era rotto solo dal telefono che continuava a squillare, esigendo che qualcuno, in quell'abisso senz'aria, sollevasse la cornetta.
Risposi. «Pronto?» C'era solo il rumore del mare. Un suono denso, che sembrò traboccare dalla cornetta e allagare il buio. Pur restando aggrappato a quel ricevitore, percepii l'abisso farsi improvvisamente liquido: attorno a me, le figure iniziarono a dondolare lente, trascinate alla deriva come boe luminose. Un'onda, poi un'altra onda, seguita da una voce lontanissima, quasi sovrastata dalla risacca, che chiedeva con il mio stesso, esatto timbro di voce: «Pronto?».

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